La base nel parco e la responsabilità di aprire spazi di pace in tempi di guerra. Appunti sul presidio dei “Tre Pini” a San Piero a Grado.

La base nel parco e la responsabilità di aprire spazi di pace in tempi di guerra. Appunti sul presidio dei “Tre Pini” a San Piero a Grado.

Su tutto il perimetro dell’area CISAM di San Piero a Grado sorgono terreni, aree boscate e poderi. La maggior parte rientra nella proprietà dell’Università di Pisa. Tra questi è presente il podere “Tre Pini”, diventato inagibile per l’incuria degli ultimi anni, ma messo in autorecupero la scorsa estate su iniziativa popolare e studentesca per ospitare iniziative contro la base militare e contro l’escalation bellica nel mondo.
I terreni adiacenti il luogo dove dovrebbe sorgere la base ospitano laboratori e coltivazioni per la ricerca, allevamenti, associazioni del terzo settore e per la disabilità e, come nel caso dei “Tre Pini”, iniziative dei gruppi scout: tutte attività che con il progetto della base rischiano di subire gravi danni o scomparire.
In questo dossier il Movimento No Base si prefigge di illustrare le ragioni per cui il podere “Tre Pini” dovrebbe diventare un presidio stabile di pace, attraversabile da tuttə quantə abbiano a cuore la tutela e la valorizzazione del Parco, contro le grandi opere ecocide, inutilmente dispendiose e dannose per la cittadinanza.


Il movimento No Base – Né a Coltano né Altrove: genealogia della lotta per la difesa del territorio dalla devastazione e dalla guerra

Con l’aprile del 2022 si scopre l’esistenza di un DPCM, datato 23 marzo 2022, firmato dall’allora premier Draghi e contenente il riferimento al progetto di costruzione di una nuova base militare per i reparti speciali GIS e 1° Reggimento Paracadutisti “Tuscania” nel territorio di Coltano, frazione del comune di Pisa classificata come zona contigua al Parco Naturale di San Rossore Migliarino Massaciuccoli. Il progetto risale al febbraio 2021, un anno prima dell’acuirsi del conflitto Russo-Ucraino.

Nei mesi successivi centinaia di cittadini e cittadine di Pisa e dei territori limitrofi cominciano a riunirsi per opporsi a questa opera evidentemente impattante sull’ecosistema e pericolosamente aggravante per la tensione bellica crescente.
Il 2 giugno del 2022 sono 10.000 le persone che arrivano a Coltano da ogni parte d’Italia, per percorrere insieme il perimetro della possibile area militare, con lo slogan collettivo di “nessuna base per nessuna guerra”. 
Nelle settimane successive alla grande mobilitazione popolare le istituzioni competenti delle decisioni in merito alla base militare convocano una serie di tavoli interistituzionali per ridefinirne la collocazione.
Intanto, a livello cittadino e nazionale l’escalation di guerra globale rende evidente la pericolosità del nuovo progetto rispetto all’investimento nello sforzo bellico del nostro Paese. Sempre più persone, a Pisa e in tutta Italia, riconoscono l’importanza di opporsi al progetto: si fa strada l’idea che impedire la realizzazione della nuova infrastruttura bellica sia un passo verso una de-escalation militare del territorio pisano e del Paese intero.

Ma la decisione strategica del Governo sovrasta la volontà dei cittadini e delle cittadine, chiudendo il tavolo interistituzionale del 18 ottobre 2023 con l’approvazione definitiva di una nuova collocazione per la base militare: la base sarà diffusa, occupando aree dei territori di San Piero a Grado, Coltano e Pontedera. Pochi giorni dopo, il 21 ottobre, migliaia di persone da tutta Italia marciano in corteo a San Piero a Grado, dimostrando il sentimento sempre più diffuso di ostilità ai nuovi investimenti bellici del nostro Paese e invadendo l’area militarizzata del CISAM, individuata come futura collocazione della base militare dei GIS e Tuscania.

Il progetto della base

Ci soffermiamo nell’analizzare il progetto della nuova base militare presentato nel decreto ministeriale di Marzo 2022, così da rendere note le opere che investirebbero in via definitiva l’ecosistema di San Piero a Grado, Coltano e Pontedera.

Cosa prevede? 

Si tratta, in origine, di una base militare di almeno 73 ettari, di cui circa i 2/3 andrebbero cementificati, perdendo quel suolo e le sue funzioni ecosistemiche definitivamente.
Sono previste strutture quali pista per elicotteri, due poligoni di tiro, caserme, centri di addestramento, magazzini per armi ed esplosivi, laboratorio artificieri, muro per esercizi a fuoco, un villaggio addestrativo fantasma e altre opere funzionali all’addestramento militare. Alle strutture militari si aggiungono 18 villette a schiera, palestra polifunzionale, campo polivalente, piscine, cinema, officine, un asilo e una chiesa ad uso esclusivo dei corpi ospitati.

Con la “diffusione” del progetto tra San Piero a Grado, Coltano e Pontedera, si prevede di ricollocare le strutture sopra riportate nelle diverse aree. In aggiunta, si parla di un autodromo per i mezzi militari in località “Tenuta Isabella” a Pontedera e di diverse strutture ricreative con sede a Coltano. 

In foto: area individuata per i 73 ettari a Coltano
A quale prezzo?

Il costo stimato è di almeno 190 milioni di euro, a cui andrebbero sommati i costi di manutenzione della base e le onerose spese legate alle missioni ed esercitazioni. I fondi originariamente scelti per finanziare l’opera derivano dal Fondo Coesione e Sviluppo 2021-2027, un fondo nato per “rimuovere squilibri economici e sociali”. Con il rallentamento del progetto e la scadenza dell’investimento di tali fondi, si è deciso di inserire il finanziamento del progetto all’interno della legge finanziaria dell’anno 2024.

Con la ricollocazione della Base è prevedibile un aumento dei costi, che dovranno coprire gli investimenti sulla costruzione della struttura nell’area CISAM, la bonifica del reattore nucleare attualmente presente nel parco, la costruzione dell’autodromo a Pontedera e la riqualificazione degli edifici di Coltano in previsione della costruzione degli alloggi e delle strutture ricreative dei reparti.

Ma la spesa economica è solo una piccola parte di quelli che sono i reali costi di questo progetto. Si parla di un impatto devastante per l’ecosistema del Parco e delle zone limitrofe, di pericolose conseguenze sulla salute delle specie animali e vegetali che lo abitano e sulle persone che vivono e lavorano in quei territori. Sono noti gli studi sull’alto tasso tumorale causato dall’avvelenamento di aria, acqua e suolo da Uranio impoverito e altri metalli pesanti nelle aree ad elevata presenza militare, come le isole della Sicilia e della Sardegna.


Nell’immagine è riportato lo studio dei vincoli presente nel progetto. È reso chiaro l’impatto ambientale pericoloso che la base militare avrebbe, con rischio di alluvioni e squilibri nell’ecosistema delle aree protette.

Il “nuovo progetto” ad ora nella sua fattibilità sconosciuto alle cittadine e ai cittadini, ha come principale punto di rivendicazione quello di essere “green”. Si prevedono la maggior parte delle strutture militari all’interno del parco naturale o nelle sue aree contigue, ma vengono promesse delle piantumazioni di 10 mila nuovi alberi a fronte di quelli che andranno perduti per le cementificazioni. Dal punto di vista scientifico, considerando il normale funzionamento degli agroecosistemi è necessario riconoscere che una piantumazione di alberi giovani non può di certo compensare l’assenza di una vegetazione naturalmente sviluppata in quel territorio, ma anzi talvolta può aggravare il danno causato.

Un altro forte nodo di compensazione è quello posto sulla possibilità di bonifica del reattore nucleare di Ricerca RTS-1 “Galileo Galilei” presente nel cuore dell’area CISAM, inattivo dai primi anni ‘80 e bonificato solo parzialmente. Questo reattore ad oggi è ancora presente con il suo carico di radioattività e le scorie non sono mai state trasferite né smaltite. Si presume che siano ancora al suo interno dal momento della chiusura. La bonifica di tale opera è una promessa estremamente fragile e problematica: fragile, dal momento che non esiste un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi in grado di accogliere scorie e resti del reattore; problematica, perché non esiste alcun piano di decommissioning, con tutte le relative valutazioni di impatto ambientale. Bisogna inoltre considerare che in questo sito potrebbero essere stoccati ulteriori rifiuti radioattivi provenienti da attività militari, per cui l’insediamento delle nuove Forze Speciali potrebbero aggravare la situazione.

Ci chiediamo, infine, cosa può mai significare la piantumazione di diecimila nuovi alberi, la riduzione del consumo di suolo o l’impiego di materiali ecosostenibili nella costruzione dei nuovi edifici, a fronte delle esplosioni causate dalle esercitazioni che si terranno all’interno dell’area o al costante e quotidiano traffico di mezzi pesanti e leggeri, oltre che umano?

Proposta delle nuove cementificazioni all’interno dell’area CISAM

Una base per chi?

Un altro tassello fondamentale per capire la portata del progetto proposto è costituito dalla composizione che andrebbe lì ad abitare e ad addestrarsi. Su questo abbiamo sentito mesi di propaganda centrata sulla “nuova base dei carabinieri”, che non lasciava trasparire chi fossero davvero e quali finalità profonde avesse il nuovo progetto per l’Arma. 

Uno dei corpi è il 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, il reparto ad altissima specializzazione dell’Arma dei Carabinieri, considerato come l’erede diretto del Battaglione Paracadutisti “Carabinieri Reali”, che si macchiarono dei peggiori crimini nelle guerre coloniali italiane. Con la ristrutturazione dell’Esercito del 1975, il reparto ricevette la denominazione di 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, svolgendo contestualmente le missioni militari tipiche delle truppe aviotrasportate e le funzioni di polizia e controllo dell’ordine pubblico e di “contrasto della criminalità organizzata e del terrorismo”. Attualmente al reparto specializzato dei Carabinieri sono assegnati circa 500 effettivi che con la nuova base verrebbero quasi raddoppiati. Si caratterizza per la capacità di operare nella vasta zona grigia compresa tra le funzioni di polizia e quelle militari, un ambito di impiego molto richiesto nei moderni scenari internazionali.

Sono innumerevoli gli interventi del “Tuscania” nelle aree di conflitto. Nel 1982 i paracadutisti furono schierati in Libano per presidiare i campi rifugiati palestinesi alla periferia di Beirut. Nel 1991 il Reggimento fu inviato nel Kurdistan iracheno mentre tra il 1992 e il 1994 operò in Somalia nel quadro della controversa missione internazionale di “stabilizzazione” Restore Hope. Tra il 1995 e il 1999 il “Tuscania” ha partecipato alle diverse missioni operative NATO nei Balcani e, dopo il 2001, nei teatri di guerra in Iraq e in Afghanistan. In quest’ultimo Paese i paracadutisti dei Carabinieri hanno diretto innumerevoli corsi addestrativi a favore delle ricostituite forze di polizia afgane, il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Tra le operazioni all’estero del “Tuscania”, quelle che più hanno destato e destano ancora sconcerto riguardano il martoriato Corno d’Africa. Le attività riguardano l’addestramento individuale, il combattimento e l’intelligence; interventi nei centri abitati; tecniche antiterrorismo, investigative, di controllo del territorio e gestione dell’ordine pubblico e della folla; ricerca e neutralizzazione di armi ed esplosivi. Fino ad oggi i corpi scelti dei Carabinieri hanno addestrato oltre 2600 unità appartenenti alla Polizia Somala, alla Polizia Nazionale e alla Gendarmeria Gibutina, ma anche di milizie paramilitari in diverse missioni.

La strategia diffusa di sostenere, addestrare, armare e cooptare milizie paramilitari può condurre a gravi conseguenze. Le milizie hanno una forte tendenza ad appropriarsi dell’autorità politica, rafforzando forme autoritarie di governo, monopolizzando le economie locali e finendo per impegnarsi in altre attività paramafiose con drammatiche conseguenze per le popolazioni civili (mercato nero delle armi, rapine ai danni della popolazione, sparatorie incontrollate, stupri, meccanismi violenti di controllo della folla e omicidi extra-giudiziari).

Durante i primi anni di presenza militare italiana a Mogadiscio, furono perpetrati gravi crimini da parte di alcune unità dei paracadutisti dell’Esercito in quella che veniva definita una “missione umanitaria”. I militari italiani usarono contro la popolazione somala torture, sevizie e stupri. I reparti della Folgore ed i carabinieri del Tuscania, attuarono diverse rappresaglie contro villaggi somali, con rastrellamenti condotti con metodi non ortodossi propri della guerra a bassa intensità come distruzione delle case, pestaggi degli abitanti, inquinamento e distruzione delle risorse idriche e arresti indiscriminati. Alcuni deputati denunciarono altresì come i militari del “Tuscania” avessero cercato di ricostruire gli apparati repressivi somali addestrando ed armando ufficiali e poliziotti della vecchia polizia di Siad Barre (personalità definite da Amnesty International come noti torturatori e criminali).

Attualmente operano principalmente nel cosiddetto “Mediterraneo Allargato”: un rapporto di Greenpeace Italia rivela che circa il 64% della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili. In particolare, l’operazione Gabinia nel Golfo di Guinea, in Mozambico, l’operazione in Qatar (in occasione del Campionato Mondiale di Calcio con l’impiego di 560 militari e una spesa prevista di 10.811.025 euro) e l’operazione Mare Sicuro al largo della costa libica – hanno come compito la «sorveglianza e protezione delle piattaforme di ENI ubicate nelle acque internazionali». I corpi speciali hanno anche una strategica funzione anti-migratoria, con equipaggiamento, “formazione” e assistenza della Guardia costiera libica per il controllo delle acque territoriali e delle polizie locali in tutti questi Paesi.

Accanto ai “Tuscania”, avrebbe la propria base di addestramento anche Il “Gruppo di Intervento Speciale” (G.I.S.): “la punta di lancia operativa dei Carabinieri che può operare in Italia e all’estero nelle situazioni più estreme e rischiose”. Viene definita così dal Comando generale dell’Arma l’unità tattica impiegata in operazioni di pronto intervento “anti-terrorismo”. “I G.I.S. sono impiegati per garantire la sicurezza di personalità minacciate o per coadiuvare le unità territoriali in situazioni di crisi come rapimenti e cattura di criminali, latitanti o evasi pericolosi  […] e sono incaricati anche dell’addestramento di personale di polizie estere”, aggiunge il Comando dell’Arma. Noti al grande pubblico come teste di cuoio, i militari che compongono il Gruppo di Intervento Speciale hanno una doppia natura: sono unità di polizia speciale e reparto paracadutisti ed incursori. 

Perché questo progetto riguarda noi tutti e tutte?

Come cittadini e cittadine

Il progetto della nuova base si inserisce in territorio già estremamente saturo di infrastrutture militari. In poco più di 20 km tra Pisa e Livorno sono presenti: il Centro Addestramento Paracadutismo; l’Aeroporto militare “Dell’Oro”; il Centro Interforze di Studi e Applicazioni Militari CISAM della Marina Militare; il Comando delle Forze Speciali dell’Esercito COMFOSE; la base USA di Camp Darby; i complessi addestrativi e logistici della “Folgore”; l’Accademia Navale della Marina Militare. Assieme a tante altre zone militari, queste strutture si trovano tra il Porto di Livorno, classificato come porto nucleare, dove transitano regolarmente trasporti di materiale bellico, e l’Aeroporto di Pisa, dove ha sede la 46° brigata aerea, aperto al traffico civile ma controllato dall’Aeronautica Militare. Nel 2010 veniva annunciato il progetto dell’Hub militare, secondo il quale lo scalo pisano sarebbe diventato “punto di riferimento per tutte le forze armate che avranno bisogno di spostarsi per via aerea per tutte le missioni nei teatri internazionali”. La nuova base si configurerebbe come ulteriore tassello funzionale al rafforzamento del ruolo geo-strategico di quello che è ormai uno dei maggiori hub in Italia per proiettare le forze armate nazionali, USA, NATO ed extra-NATO in qualsivoglia scacchiere di guerra, a Est come a Sud. In un momento di tensione bellica globale come quello che stiamo attraversando è preoccupazione dei cittadini e delle cittadine quella di evitare un incremento dell’investimento di guerra sul nostro territorio, immaginando invece delle prospettive di de-escalation.
Un altro aspetto, assolutamente non marginale, è quello della tutela della salute della popolazione: come già accennato nelle pagine precedenti, è noto il grave impatto che le occupazioni militari e le esercitazioni che al loro interno si tengono hanno sull’ambiente circostante. Non si parla solo di ordigni esplosivi dispersi nell’ambiente, ma anche dell’inquinamento derivante dai metalli pesanti. Difatti, per la realizzazione della sola miscela innescante dei più comuni missili vengono impiegati stifnato di piombo (esplosivo tossico), tetracene (proveniente da idrocarburi), piombo, nitrato di bario (tossico se ingerito, nocivo se inalato), alluminio, solfuro di antimonio (tossico, l’avvelenamento è simile a quello dell’arsenico). La base dei più comuni esplosivi militari comprende RDX, un composto organico che può restare a lungo nell’ambiente, nelle munizioni inesplose o in quelle parzialmente esplose. L’Agency for toxic substances & disease registry Usa lo indica come un potenziale cancerogeno per l’uomo. A differenza di altri esplosivi come il TNT, che si lega al suolo e tende a restarci, l’RDX si scioglie facilmente in acqua aumentando la probabilità di diffusione dell’inquinante.
Sono noti i dossier prodotti in Sardegna sugli effetti di queste sostanze sulla popolazione: si evidenziano le patologie respiratorie e digerenti, le patologie del sistema urinario, tra cui l’insufficienza renale, e alcune patologie tumorali particolari, si denuncia un’anomala quantità di tumori emolinfatici e di nascite con gravi malformazioni.

Ulteriore aspetto è la chiusura degli spazi alla cittadinanza. L’insediamento di una struttura militare porta con sé la segretezza e la limitazione del pubblico accesso. Non si tratta “solo” della chiusura degli spazi individuati per la base, ma anche dell’accesso alle aree limitrofe. È lecito pensare che, in caso di esercitazioni, un’ampia fetta di territorio si veda chiusa alla popolazione per ragioni di sicurezza e segretezza. Questo avviene in tutte le aree militarizzate, con particolare esempio sulla Sicilia e la Sardegna, dove per diversi mesi le spiagge vengono chiuse alla popolazione per permettere le esercitazioni con esplosivi.

Come Università di Pisa

Quanto appena scritto è particolarmente preoccupante rispetto all’attività accademica del nostro Ateneo. L’area militare del CISAM è infatti inserita in un territorio che si caratterizza per un’elevata presenza di edifici, terreni e proprietà dell’Università di Pisa. Una delle responsabilità centrali che deve avere l’Ateneo è quella di tutelare queste aree, preziose dal punto di vista naturalistico e scientifico (si veda il Centro Avanzi), dalla costruzione di un’infrastruttura con pesanti conseguenze ambientali e sulla salute, che potrebbe renderle inaccessibili alla maggior parte delle persone. Deve essere una priorità per la comunità accademica la difesa di questi territori in virtù della possibilità per gli studenti e le studentesse, ricercatori e ricercatrici e docenti di promuovere studi sul Parco, sulle sue specie animali e vegetali e sulle coltivazioni dell’Università nelle aree limitrofe.

proprietà UNIPI limitrofe all’area CISAM:

Poderi ed edifici

Aree agricole

Aree boscate

Come studiosi e studiose

In primo luogo, è necessario acquisire consapevolezza che ogni guerra passa per la ricerca scientifica universitaria. Le tecnologie raffinate e devastanti impiegate nei conflitti, dai dispositivi satellitari ai tristemente famosi elicotteri da combattimento “Mangusta”, sono prodotte da industrie italiane come la Leonardo S.p.A. e aziende connesse. Queste industrie hanno al centro del proprio sviluppo la ricerca tecno-scientifica, in collaborazione stretta e proficua con decine di Atenei italiani, compreso il nostro. La ricerca militare e le aziende che ne giovano sono, infatti, spesso e volentieri presenti all’interno degli ambiti scientifici accademici, in forma di finanziamenti, assegni di ricerca, partnership, orientamento e avviamento al lavoro. L’esempio di Leonardo S.p.A. è paradigmatico di un’impostazione e una simbiosi sempre più profonda tra il sapere accademico e la “fame di conoscenza” della guerra che è necessario cominciare a mettere in discussione.

Nella fase storica che stiamo attraversando, fatta di crimini di guerra, genocidio e preoccupante investimento globale nella guerra, è dovere della comunità accademica tutta promuovere un cambiamento.
In questo senso è fondamentale che come studiosi e studiose riconosciamo la pericolosità del nuovo progetto della base e troviamo delle forme concrete per invertire la tendenza. Opporsi a questa base militare significa mettere un granello negli ingranaggi dell’avvitamento bellico; significa non accettare silentemente le violenze inaudite che le forze armate che ne sarebbero ospitate hanno perpetrato, negli anni, nei luoghi più disparati nel mondo.

Prendere parola all’interno delle Università, dalla posizione di chi produce il sapere e ricerca la conoscenza, è un’operazione imprescindibile per sostenere la possibilità di una de-escalation della nostra società e contribuire ad una prospettiva di pace in tutto il mondo. Nelle nostre Università, là dove elaboriamo ogni giorno forme di pensiero che vogliamo abbiano un impatto sulla realtà, dobbiamo dare voce alla nostra critica e prendere posizione. L’impegno e la dignità delle nostre accademie devono misurarsi non soltanto sulla ricchezza del sapere e della scienza che arrivano a sviluppare, ma anche sul grado di etica e sul ruolo sociale che riescono ad esprimere. E il rifiuto della guerra, del genocidio, della violenza fascista e patriarcale è il principio fondamentale di ogni virtù che orienti la ricerca.

Il progetto di autorecupero

Una condizione imprescindibile per iniziare a compiere dei primi passi, in quest’ottica di inversione di tendenza rispetto ad un futuro di guerra, è a nostro avviso la messa a disposizione di spazi per la tutela del territorio e per la costruzione di alternative di vita, di relazione e di formazione.

Il Movimento No Base sin dal principio ha ritenuto fondamentale valorizzare gli spazi che circondano l’area interessata dal progetto. Conoscere il territorio, avere dei luoghi in cui organizzare attività e momenti di incontro e formazione è uno degli antidoti più importanti alla militarizzazione, che per avvenire presuppone abbandono e incuria.

Durante il campeggio organizzato a San Piero a Grado nel luglio dell’estate appena passata, abbiamo avuto occasione di sperimentare le potenzialità racchiuse nei terreni dell’Università limitrofi all’area CISAM. In particolare, abbiamo riscoperto un terreno rimasto abbandonato da diverso tempo: la località “Tre Pini”, di proprietà dell’Università di Pisa. L’esperienza del campeggio ha restituito l’importanza di rendere accessibile quello spazio a tutta la cittadinanza – oltre che alla comunità accademica -, dando la possibilità a centinaia di persone di creare momenti di incontro e di condivisione di idee nel totale rispetto e salvaguardia dell’ambiente circostante. 

Le condizioni dell’area al momento dell’ingresso restituivano lo stato di abbandono e le pericolanti condizioni in cui verteva. Oltre all’evidente incuria della vegetazione nell’area non boscata, che si presentava con un prato incolto di un’altezza di circa un metro, è risultata lampante la fatiscenza del fabbricato, che presentava segni di incendio, con le pareti completamente annerite e diverse crepe negli infissi e nelle pareti. In diversi giorni di lavori collettivi aperti alla cittadinanza, molte persone si sono adoperate per rendere agibile l’area, riuscendo a migliorare profondamente lo spazio che si intendeva utilizzare per le attività: è stata aperta un’area per assemblee, proiezioni e workshop e sono stati adibiti servizi igienici e sanitari compresi di wc, docce e lavandini, fino a quel momento assenti, per permetterne l’utilizzo da parte di tuttə.

Ogni aggiunta è stata fatta rispettando l’ambiente circostante utilizzando materiali a basso impatto ambientale e sfruttando il più possibile le strutture già predisposte. Sono state in prima battuta ripulite le pareti del fabbricato dalla fuliggine e sono stati costruiti ponti in legno sui fossi del terreno per rendere accessibile e sicura la totalità dell’area. Oltre a ciò, per tutta la durata del campeggio è stata fatta estrema attenzione ai prodotti usati, dai piatti lavabili al dentifricio biodegradabile. Le prospettive sono altrettante: tramite un utilizzo prolungato dello spazio si potrebbero compiere molti altri lavori di cui abbiamo già potuto vedere la necessità, come ad esempio quelli della messa in sicurezza più in profondità dei fabbricati.

Riqualificazione dei campi

Pulizia degli interni del fabbricato

predisposizione dell’area lavandini in legno


costruzione dei servizi sanitari

Lo spazio attraversato da centinaia di persone per le iniziative del campeggio

Prendere posizione concretamente: aprire spazi di pace in tempi di guerra

In un momento di tensione bellica globale, di genocidio e crimini di guerra, in cui tutto il mondo, compreso il nostro Paese, si proietta sull’investimento bellico, è una responsabilità collettiva quella di immaginare strumenti per preservare e costruire la pace. Come cittadini e cittadine, come comunità accademica e persone improntate alla valorizzazione dei saperi, è nostra responsabilità mettere le nostre conoscenze, i nostri strumenti, i nostri spazi e tempi, a disposizione di questo obiettivo.

Mettere a disposizione uno spazio come quello dei “Tre Pini” al Movimento No Base, che ne permetterà la fruizione a tutta la cittadinanza, significa aprire una possibilità di pace in un contesto in cui la guerra è sempre più presente in vari livelli delle nostre vite. Significa salvare il Parco Naturale da una devastazione ecologica, preservare il valore di quel territorio dall’imminente chiusura e militarizzazione. Significa, per noi, costruire un’alleanza in favore di un obiettivo realizzabile solo tramite l’acquisizione di responsabilità di tutte le istituzioni che ricoprono un ruolo politico, sociale ed economico di primo piano nella nostra città e società tutta. Significa avere lo spazio per la costruzione pratica e teorica di un’alternativa rispetto all’escalation bellica degli Stati-Nazione. Un’alternativa che parta dal basso, dalle persone, e che abbia a che fare con la sperimentazione di saperi diversi, di pace, in connessione con il territorio in cui si situano e i suoi bisogni. 

Abbiamo bisogno di un’istituzione che prenda posizione a tutela del territorio in cui è inserita, e abbiamo urgenza di usare i nostri saperi in favore di ipotesi di giustizia e di pace. Crediamo in un’Università che sia capace di recepire i bisogni che la società esprime, che sappia raccogliere le urgenze del presente e perseguire prospettive di giustizia in modo disinteressato, ponendo le basi per la realizzazione di processi di cooperazione collettiva che permettano la costruzione di una pace permanente, un’aspirazione a cui nessunə studiosə può rinunciare.


Se fai parte della comunità accademica e vuoi fare la tua parte per la realizzazione di questo obiettivo, fai un primo passo firmando l’appello al mondo accademico e studentesco per l’assegnazione del podere “Tre Pini” al Movimento No Base!

Progetto della base militare

Questo è lo studio di fattibilità della base militare a Coltano, come si vede dalle date, hanno iniziato a pensare al progetto già dal 2019.

Le istituzioni coinvolte non hanno mai presentato questo progetto, l’abbiamo fatto noi la sera dell’8 luglio 2022 in Piazza Ciro Menotti a Pisa