Oltre cento pontederesi insieme al Movimento No Base chiedono chiarezza a Franconi sulle infrastrutture militari previste sul territorio comunale

Oltre cento pontederesi insieme al Movimento No Base chiedono chiarezza a Franconi sulle infrastrutture militari previste sul territorio comunale

Protocollata un’interrogazione per il sindaco e la giunta di Pontedera, di seguito il comunicato dell’iniziativa

La nuova base militare dei corpi speciali dei Carabinieri e dell’esercito, la cui costruzione era inizialmente prevista a Coltano, interesserà infatti due aree del territorio pisano: l’area ex Cisam a Pisa e la tenuta Isabella a Pontedera.

Secondo quanto riportato dai verbali dei tavoli interistituzionali (6 settembre e 18 ottobre), il nostro territorio vedrà la costruzione di una pista per l’addestramento alla guida di automezzi militari e di un poligono di tiro, mentre nell’area ex Cisam a Pisa sorgeranno la base e gli alloggi. L’area interessata è quella della tenuta Isabella, una zona verde in cui si trovano attività ricreative molto conosciute.

Queste sono le uniche informazioni che abbiamo rispetto a un progetto altamente impattante, interamente a carico della fiscalità pubblica, e che risponde a logiche di guerra estranee agli interessi della cittadinanza. A meno di un mese dalle inondazioni che hanno colpito Pontedera, dopo 2 anni di avvelenamento del territorio con il Keu, non ancora rimosso dalla lottizzazione del Green Park (zona stadio), iniziamo quindi una raccolta firme per chiedere al Sindaco e alle istituzioni chiarezza in merito al progetto della base militare.

Finora il sindaco si è limitato a dare carta bianca ai vertici regionali e ministeriali, intervenendo solo attraverso alcuni post Facebook. Non ha partecipato ai tavoli interistituzionali del 6 settembre e del 18 ottobre, in cui si è deciso che la pista per automezzi militari e il poligono a cielo aperto dovevano sorgere a Pontedera e non ha mai fatto una comunicazione ufficiale in merito.

Pretendiamo invece chiarezza e informazioni ufficiali, perché decisioni di questa portata non possono essere prese tenendo i cittadini all’oscuro. Che cosa c’è da nascondere? Vogliamo quindi sapere dal Sindaco:

Come siamo giunti al coinvolgimento di Pontedera?
Come mai non è stata effettuata alcuna comunicazione istituzionale riguardo al progetto?
Quali aree del territorio saranno interessate dal progetto?
È presente una bozza di progetto con valutazione economica e ambientale?
Nel verbale del 18 ottobre si parla di esproprio a carico del Comune. È confermata questa spesa? Quali fondi saranno utilizzati?
Il poligono di tiro a cielo aperto sorgerà sul territorio pontederese? Quali attività vi si svolgeranno?
Quali tempistiche sono previste per il progetto?

Per questo iniziamo una campagna di raccolta firme, perché il sindaco deve informare i cittadini rispetto al progetto di base militari, su non abbiamo nessuna informazione ufficiale!

La base nel parco e la responsabilità di aprire spazi di pace in tempi di guerra. Appunti sul presidio dei “Tre Pini” a San Piero a Grado.

La base nel parco e la responsabilità di aprire spazi di pace in tempi di guerra. Appunti sul presidio dei “Tre Pini” a San Piero a Grado.

Su tutto il perimetro dell’area CISAM di San Piero a Grado sorgono terreni, aree boscate e poderi. La maggior parte rientra nella proprietà dell’Università di Pisa. Tra questi è presente il podere “Tre Pini”, diventato inagibile per l’incuria degli ultimi anni, ma messo in autorecupero la scorsa estate su iniziativa popolare e studentesca per ospitare iniziative contro la base militare e contro l’escalation bellica nel mondo.
I terreni adiacenti il luogo dove dovrebbe sorgere la base ospitano laboratori e coltivazioni per la ricerca, allevamenti, associazioni del terzo settore e per la disabilità e, come nel caso dei “Tre Pini”, iniziative dei gruppi scout: tutte attività che con il progetto della base rischiano di subire gravi danni o scomparire.
In questo dossier il Movimento No Base si prefigge di illustrare le ragioni per cui il podere “Tre Pini” dovrebbe diventare un presidio stabile di pace, attraversabile da tuttə quantə abbiano a cuore la tutela e la valorizzazione del Parco, contro le grandi opere ecocide, inutilmente dispendiose e dannose per la cittadinanza.


Il movimento No Base – Né a Coltano né Altrove: genealogia della lotta per la difesa del territorio dalla devastazione e dalla guerra

Con l’aprile del 2022 si scopre l’esistenza di un DPCM, datato 23 marzo 2022, firmato dall’allora premier Draghi e contenente il riferimento al progetto di costruzione di una nuova base militare per i reparti speciali GIS e 1° Reggimento Paracadutisti “Tuscania” nel territorio di Coltano, frazione del comune di Pisa classificata come zona contigua al Parco Naturale di San Rossore Migliarino Massaciuccoli. Il progetto risale al febbraio 2021, un anno prima dell’acuirsi del conflitto Russo-Ucraino.

Nei mesi successivi centinaia di cittadini e cittadine di Pisa e dei territori limitrofi cominciano a riunirsi per opporsi a questa opera evidentemente impattante sull’ecosistema e pericolosamente aggravante per la tensione bellica crescente.
Il 2 giugno del 2022 sono 10.000 le persone che arrivano a Coltano da ogni parte d’Italia, per percorrere insieme il perimetro della possibile area militare, con lo slogan collettivo di “nessuna base per nessuna guerra”. 
Nelle settimane successive alla grande mobilitazione popolare le istituzioni competenti delle decisioni in merito alla base militare convocano una serie di tavoli interistituzionali per ridefinirne la collocazione.
Intanto, a livello cittadino e nazionale l’escalation di guerra globale rende evidente la pericolosità del nuovo progetto rispetto all’investimento nello sforzo bellico del nostro Paese. Sempre più persone, a Pisa e in tutta Italia, riconoscono l’importanza di opporsi al progetto: si fa strada l’idea che impedire la realizzazione della nuova infrastruttura bellica sia un passo verso una de-escalation militare del territorio pisano e del Paese intero.

Ma la decisione strategica del Governo sovrasta la volontà dei cittadini e delle cittadine, chiudendo il tavolo interistituzionale del 18 ottobre 2023 con l’approvazione definitiva di una nuova collocazione per la base militare: la base sarà diffusa, occupando aree dei territori di San Piero a Grado, Coltano e Pontedera. Pochi giorni dopo, il 21 ottobre, migliaia di persone da tutta Italia marciano in corteo a San Piero a Grado, dimostrando il sentimento sempre più diffuso di ostilità ai nuovi investimenti bellici del nostro Paese e invadendo l’area militarizzata del CISAM, individuata come futura collocazione della base militare dei GIS e Tuscania.

Il progetto della base

Ci soffermiamo nell’analizzare il progetto della nuova base militare presentato nel decreto ministeriale di Marzo 2022, così da rendere note le opere che investirebbero in via definitiva l’ecosistema di San Piero a Grado, Coltano e Pontedera.

Cosa prevede? 

Si tratta, in origine, di una base militare di almeno 73 ettari, di cui circa i 2/3 andrebbero cementificati, perdendo quel suolo e le sue funzioni ecosistemiche definitivamente.
Sono previste strutture quali pista per elicotteri, due poligoni di tiro, caserme, centri di addestramento, magazzini per armi ed esplosivi, laboratorio artificieri, muro per esercizi a fuoco, un villaggio addestrativo fantasma e altre opere funzionali all’addestramento militare. Alle strutture militari si aggiungono 18 villette a schiera, palestra polifunzionale, campo polivalente, piscine, cinema, officine, un asilo e una chiesa ad uso esclusivo dei corpi ospitati.

Con la “diffusione” del progetto tra San Piero a Grado, Coltano e Pontedera, si prevede di ricollocare le strutture sopra riportate nelle diverse aree. In aggiunta, si parla di un autodromo per i mezzi militari in località “Tenuta Isabella” a Pontedera e di diverse strutture ricreative con sede a Coltano. 

In foto: area individuata per i 73 ettari a Coltano
A quale prezzo?

Il costo stimato è di almeno 190 milioni di euro, a cui andrebbero sommati i costi di manutenzione della base e le onerose spese legate alle missioni ed esercitazioni. I fondi originariamente scelti per finanziare l’opera derivano dal Fondo Coesione e Sviluppo 2021-2027, un fondo nato per “rimuovere squilibri economici e sociali”. Con il rallentamento del progetto e la scadenza dell’investimento di tali fondi, si è deciso di inserire il finanziamento del progetto all’interno della legge finanziaria dell’anno 2024.

Con la ricollocazione della Base è prevedibile un aumento dei costi, che dovranno coprire gli investimenti sulla costruzione della struttura nell’area CISAM, la bonifica del reattore nucleare attualmente presente nel parco, la costruzione dell’autodromo a Pontedera e la riqualificazione degli edifici di Coltano in previsione della costruzione degli alloggi e delle strutture ricreative dei reparti.

Ma la spesa economica è solo una piccola parte di quelli che sono i reali costi di questo progetto. Si parla di un impatto devastante per l’ecosistema del Parco e delle zone limitrofe, di pericolose conseguenze sulla salute delle specie animali e vegetali che lo abitano e sulle persone che vivono e lavorano in quei territori. Sono noti gli studi sull’alto tasso tumorale causato dall’avvelenamento di aria, acqua e suolo da Uranio impoverito e altri metalli pesanti nelle aree ad elevata presenza militare, come le isole della Sicilia e della Sardegna.


Nell’immagine è riportato lo studio dei vincoli presente nel progetto. È reso chiaro l’impatto ambientale pericoloso che la base militare avrebbe, con rischio di alluvioni e squilibri nell’ecosistema delle aree protette.

Il “nuovo progetto” ad ora nella sua fattibilità sconosciuto alle cittadine e ai cittadini, ha come principale punto di rivendicazione quello di essere “green”. Si prevedono la maggior parte delle strutture militari all’interno del parco naturale o nelle sue aree contigue, ma vengono promesse delle piantumazioni di 10 mila nuovi alberi a fronte di quelli che andranno perduti per le cementificazioni. Dal punto di vista scientifico, considerando il normale funzionamento degli agroecosistemi è necessario riconoscere che una piantumazione di alberi giovani non può di certo compensare l’assenza di una vegetazione naturalmente sviluppata in quel territorio, ma anzi talvolta può aggravare il danno causato.

Un altro forte nodo di compensazione è quello posto sulla possibilità di bonifica del reattore nucleare di Ricerca RTS-1 “Galileo Galilei” presente nel cuore dell’area CISAM, inattivo dai primi anni ‘80 e bonificato solo parzialmente. Questo reattore ad oggi è ancora presente con il suo carico di radioattività e le scorie non sono mai state trasferite né smaltite. Si presume che siano ancora al suo interno dal momento della chiusura. La bonifica di tale opera è una promessa estremamente fragile e problematica: fragile, dal momento che non esiste un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi in grado di accogliere scorie e resti del reattore; problematica, perché non esiste alcun piano di decommissioning, con tutte le relative valutazioni di impatto ambientale. Bisogna inoltre considerare che in questo sito potrebbero essere stoccati ulteriori rifiuti radioattivi provenienti da attività militari, per cui l’insediamento delle nuove Forze Speciali potrebbero aggravare la situazione.

Ci chiediamo, infine, cosa può mai significare la piantumazione di diecimila nuovi alberi, la riduzione del consumo di suolo o l’impiego di materiali ecosostenibili nella costruzione dei nuovi edifici, a fronte delle esplosioni causate dalle esercitazioni che si terranno all’interno dell’area o al costante e quotidiano traffico di mezzi pesanti e leggeri, oltre che umano?

Proposta delle nuove cementificazioni all’interno dell’area CISAM

Una base per chi?

Un altro tassello fondamentale per capire la portata del progetto proposto è costituito dalla composizione che andrebbe lì ad abitare e ad addestrarsi. Su questo abbiamo sentito mesi di propaganda centrata sulla “nuova base dei carabinieri”, che non lasciava trasparire chi fossero davvero e quali finalità profonde avesse il nuovo progetto per l’Arma. 

Uno dei corpi è il 1° Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, il reparto ad altissima specializzazione dell’Arma dei Carabinieri, considerato come l’erede diretto del Battaglione Paracadutisti “Carabinieri Reali”, che si macchiarono dei peggiori crimini nelle guerre coloniali italiane. Con la ristrutturazione dell’Esercito del 1975, il reparto ricevette la denominazione di 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”, svolgendo contestualmente le missioni militari tipiche delle truppe aviotrasportate e le funzioni di polizia e controllo dell’ordine pubblico e di “contrasto della criminalità organizzata e del terrorismo”. Attualmente al reparto specializzato dei Carabinieri sono assegnati circa 500 effettivi che con la nuova base verrebbero quasi raddoppiati. Si caratterizza per la capacità di operare nella vasta zona grigia compresa tra le funzioni di polizia e quelle militari, un ambito di impiego molto richiesto nei moderni scenari internazionali.

Sono innumerevoli gli interventi del “Tuscania” nelle aree di conflitto. Nel 1982 i paracadutisti furono schierati in Libano per presidiare i campi rifugiati palestinesi alla periferia di Beirut. Nel 1991 il Reggimento fu inviato nel Kurdistan iracheno mentre tra il 1992 e il 1994 operò in Somalia nel quadro della controversa missione internazionale di “stabilizzazione” Restore Hope. Tra il 1995 e il 1999 il “Tuscania” ha partecipato alle diverse missioni operative NATO nei Balcani e, dopo il 2001, nei teatri di guerra in Iraq e in Afghanistan. In quest’ultimo Paese i paracadutisti dei Carabinieri hanno diretto innumerevoli corsi addestrativi a favore delle ricostituite forze di polizia afgane, il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Tra le operazioni all’estero del “Tuscania”, quelle che più hanno destato e destano ancora sconcerto riguardano il martoriato Corno d’Africa. Le attività riguardano l’addestramento individuale, il combattimento e l’intelligence; interventi nei centri abitati; tecniche antiterrorismo, investigative, di controllo del territorio e gestione dell’ordine pubblico e della folla; ricerca e neutralizzazione di armi ed esplosivi. Fino ad oggi i corpi scelti dei Carabinieri hanno addestrato oltre 2600 unità appartenenti alla Polizia Somala, alla Polizia Nazionale e alla Gendarmeria Gibutina, ma anche di milizie paramilitari in diverse missioni.

La strategia diffusa di sostenere, addestrare, armare e cooptare milizie paramilitari può condurre a gravi conseguenze. Le milizie hanno una forte tendenza ad appropriarsi dell’autorità politica, rafforzando forme autoritarie di governo, monopolizzando le economie locali e finendo per impegnarsi in altre attività paramafiose con drammatiche conseguenze per le popolazioni civili (mercato nero delle armi, rapine ai danni della popolazione, sparatorie incontrollate, stupri, meccanismi violenti di controllo della folla e omicidi extra-giudiziari).

Durante i primi anni di presenza militare italiana a Mogadiscio, furono perpetrati gravi crimini da parte di alcune unità dei paracadutisti dell’Esercito in quella che veniva definita una “missione umanitaria”. I militari italiani usarono contro la popolazione somala torture, sevizie e stupri. I reparti della Folgore ed i carabinieri del Tuscania, attuarono diverse rappresaglie contro villaggi somali, con rastrellamenti condotti con metodi non ortodossi propri della guerra a bassa intensità come distruzione delle case, pestaggi degli abitanti, inquinamento e distruzione delle risorse idriche e arresti indiscriminati. Alcuni deputati denunciarono altresì come i militari del “Tuscania” avessero cercato di ricostruire gli apparati repressivi somali addestrando ed armando ufficiali e poliziotti della vecchia polizia di Siad Barre (personalità definite da Amnesty International come noti torturatori e criminali).

Attualmente operano principalmente nel cosiddetto “Mediterraneo Allargato”: un rapporto di Greenpeace Italia rivela che circa il 64% della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili. In particolare, l’operazione Gabinia nel Golfo di Guinea, in Mozambico, l’operazione in Qatar (in occasione del Campionato Mondiale di Calcio con l’impiego di 560 militari e una spesa prevista di 10.811.025 euro) e l’operazione Mare Sicuro al largo della costa libica – hanno come compito la «sorveglianza e protezione delle piattaforme di ENI ubicate nelle acque internazionali». I corpi speciali hanno anche una strategica funzione anti-migratoria, con equipaggiamento, “formazione” e assistenza della Guardia costiera libica per il controllo delle acque territoriali e delle polizie locali in tutti questi Paesi.

Accanto ai “Tuscania”, avrebbe la propria base di addestramento anche Il “Gruppo di Intervento Speciale” (G.I.S.): “la punta di lancia operativa dei Carabinieri che può operare in Italia e all’estero nelle situazioni più estreme e rischiose”. Viene definita così dal Comando generale dell’Arma l’unità tattica impiegata in operazioni di pronto intervento “anti-terrorismo”. “I G.I.S. sono impiegati per garantire la sicurezza di personalità minacciate o per coadiuvare le unità territoriali in situazioni di crisi come rapimenti e cattura di criminali, latitanti o evasi pericolosi  […] e sono incaricati anche dell’addestramento di personale di polizie estere”, aggiunge il Comando dell’Arma. Noti al grande pubblico come teste di cuoio, i militari che compongono il Gruppo di Intervento Speciale hanno una doppia natura: sono unità di polizia speciale e reparto paracadutisti ed incursori. 

Perché questo progetto riguarda noi tutti e tutte?

Come cittadini e cittadine

Il progetto della nuova base si inserisce in territorio già estremamente saturo di infrastrutture militari. In poco più di 20 km tra Pisa e Livorno sono presenti: il Centro Addestramento Paracadutismo; l’Aeroporto militare “Dell’Oro”; il Centro Interforze di Studi e Applicazioni Militari CISAM della Marina Militare; il Comando delle Forze Speciali dell’Esercito COMFOSE; la base USA di Camp Darby; i complessi addestrativi e logistici della “Folgore”; l’Accademia Navale della Marina Militare. Assieme a tante altre zone militari, queste strutture si trovano tra il Porto di Livorno, classificato come porto nucleare, dove transitano regolarmente trasporti di materiale bellico, e l’Aeroporto di Pisa, dove ha sede la 46° brigata aerea, aperto al traffico civile ma controllato dall’Aeronautica Militare. Nel 2010 veniva annunciato il progetto dell’Hub militare, secondo il quale lo scalo pisano sarebbe diventato “punto di riferimento per tutte le forze armate che avranno bisogno di spostarsi per via aerea per tutte le missioni nei teatri internazionali”. La nuova base si configurerebbe come ulteriore tassello funzionale al rafforzamento del ruolo geo-strategico di quello che è ormai uno dei maggiori hub in Italia per proiettare le forze armate nazionali, USA, NATO ed extra-NATO in qualsivoglia scacchiere di guerra, a Est come a Sud. In un momento di tensione bellica globale come quello che stiamo attraversando è preoccupazione dei cittadini e delle cittadine quella di evitare un incremento dell’investimento di guerra sul nostro territorio, immaginando invece delle prospettive di de-escalation.
Un altro aspetto, assolutamente non marginale, è quello della tutela della salute della popolazione: come già accennato nelle pagine precedenti, è noto il grave impatto che le occupazioni militari e le esercitazioni che al loro interno si tengono hanno sull’ambiente circostante. Non si parla solo di ordigni esplosivi dispersi nell’ambiente, ma anche dell’inquinamento derivante dai metalli pesanti. Difatti, per la realizzazione della sola miscela innescante dei più comuni missili vengono impiegati stifnato di piombo (esplosivo tossico), tetracene (proveniente da idrocarburi), piombo, nitrato di bario (tossico se ingerito, nocivo se inalato), alluminio, solfuro di antimonio (tossico, l’avvelenamento è simile a quello dell’arsenico). La base dei più comuni esplosivi militari comprende RDX, un composto organico che può restare a lungo nell’ambiente, nelle munizioni inesplose o in quelle parzialmente esplose. L’Agency for toxic substances & disease registry Usa lo indica come un potenziale cancerogeno per l’uomo. A differenza di altri esplosivi come il TNT, che si lega al suolo e tende a restarci, l’RDX si scioglie facilmente in acqua aumentando la probabilità di diffusione dell’inquinante.
Sono noti i dossier prodotti in Sardegna sugli effetti di queste sostanze sulla popolazione: si evidenziano le patologie respiratorie e digerenti, le patologie del sistema urinario, tra cui l’insufficienza renale, e alcune patologie tumorali particolari, si denuncia un’anomala quantità di tumori emolinfatici e di nascite con gravi malformazioni.

Ulteriore aspetto è la chiusura degli spazi alla cittadinanza. L’insediamento di una struttura militare porta con sé la segretezza e la limitazione del pubblico accesso. Non si tratta “solo” della chiusura degli spazi individuati per la base, ma anche dell’accesso alle aree limitrofe. È lecito pensare che, in caso di esercitazioni, un’ampia fetta di territorio si veda chiusa alla popolazione per ragioni di sicurezza e segretezza. Questo avviene in tutte le aree militarizzate, con particolare esempio sulla Sicilia e la Sardegna, dove per diversi mesi le spiagge vengono chiuse alla popolazione per permettere le esercitazioni con esplosivi.

Come Università di Pisa

Quanto appena scritto è particolarmente preoccupante rispetto all’attività accademica del nostro Ateneo. L’area militare del CISAM è infatti inserita in un territorio che si caratterizza per un’elevata presenza di edifici, terreni e proprietà dell’Università di Pisa. Una delle responsabilità centrali che deve avere l’Ateneo è quella di tutelare queste aree, preziose dal punto di vista naturalistico e scientifico (si veda il Centro Avanzi), dalla costruzione di un’infrastruttura con pesanti conseguenze ambientali e sulla salute, che potrebbe renderle inaccessibili alla maggior parte delle persone. Deve essere una priorità per la comunità accademica la difesa di questi territori in virtù della possibilità per gli studenti e le studentesse, ricercatori e ricercatrici e docenti di promuovere studi sul Parco, sulle sue specie animali e vegetali e sulle coltivazioni dell’Università nelle aree limitrofe.

proprietà UNIPI limitrofe all’area CISAM:

Poderi ed edifici

Aree agricole

Aree boscate

Come studiosi e studiose

In primo luogo, è necessario acquisire consapevolezza che ogni guerra passa per la ricerca scientifica universitaria. Le tecnologie raffinate e devastanti impiegate nei conflitti, dai dispositivi satellitari ai tristemente famosi elicotteri da combattimento “Mangusta”, sono prodotte da industrie italiane come la Leonardo S.p.A. e aziende connesse. Queste industrie hanno al centro del proprio sviluppo la ricerca tecno-scientifica, in collaborazione stretta e proficua con decine di Atenei italiani, compreso il nostro. La ricerca militare e le aziende che ne giovano sono, infatti, spesso e volentieri presenti all’interno degli ambiti scientifici accademici, in forma di finanziamenti, assegni di ricerca, partnership, orientamento e avviamento al lavoro. L’esempio di Leonardo S.p.A. è paradigmatico di un’impostazione e una simbiosi sempre più profonda tra il sapere accademico e la “fame di conoscenza” della guerra che è necessario cominciare a mettere in discussione.

Nella fase storica che stiamo attraversando, fatta di crimini di guerra, genocidio e preoccupante investimento globale nella guerra, è dovere della comunità accademica tutta promuovere un cambiamento.
In questo senso è fondamentale che come studiosi e studiose riconosciamo la pericolosità del nuovo progetto della base e troviamo delle forme concrete per invertire la tendenza. Opporsi a questa base militare significa mettere un granello negli ingranaggi dell’avvitamento bellico; significa non accettare silentemente le violenze inaudite che le forze armate che ne sarebbero ospitate hanno perpetrato, negli anni, nei luoghi più disparati nel mondo.

Prendere parola all’interno delle Università, dalla posizione di chi produce il sapere e ricerca la conoscenza, è un’operazione imprescindibile per sostenere la possibilità di una de-escalation della nostra società e contribuire ad una prospettiva di pace in tutto il mondo. Nelle nostre Università, là dove elaboriamo ogni giorno forme di pensiero che vogliamo abbiano un impatto sulla realtà, dobbiamo dare voce alla nostra critica e prendere posizione. L’impegno e la dignità delle nostre accademie devono misurarsi non soltanto sulla ricchezza del sapere e della scienza che arrivano a sviluppare, ma anche sul grado di etica e sul ruolo sociale che riescono ad esprimere. E il rifiuto della guerra, del genocidio, della violenza fascista e patriarcale è il principio fondamentale di ogni virtù che orienti la ricerca.

Il progetto di autorecupero

Una condizione imprescindibile per iniziare a compiere dei primi passi, in quest’ottica di inversione di tendenza rispetto ad un futuro di guerra, è a nostro avviso la messa a disposizione di spazi per la tutela del territorio e per la costruzione di alternative di vita, di relazione e di formazione.

Il Movimento No Base sin dal principio ha ritenuto fondamentale valorizzare gli spazi che circondano l’area interessata dal progetto. Conoscere il territorio, avere dei luoghi in cui organizzare attività e momenti di incontro e formazione è uno degli antidoti più importanti alla militarizzazione, che per avvenire presuppone abbandono e incuria.

Durante il campeggio organizzato a San Piero a Grado nel luglio dell’estate appena passata, abbiamo avuto occasione di sperimentare le potenzialità racchiuse nei terreni dell’Università limitrofi all’area CISAM. In particolare, abbiamo riscoperto un terreno rimasto abbandonato da diverso tempo: la località “Tre Pini”, di proprietà dell’Università di Pisa. L’esperienza del campeggio ha restituito l’importanza di rendere accessibile quello spazio a tutta la cittadinanza – oltre che alla comunità accademica -, dando la possibilità a centinaia di persone di creare momenti di incontro e di condivisione di idee nel totale rispetto e salvaguardia dell’ambiente circostante. 

Le condizioni dell’area al momento dell’ingresso restituivano lo stato di abbandono e le pericolanti condizioni in cui verteva. Oltre all’evidente incuria della vegetazione nell’area non boscata, che si presentava con un prato incolto di un’altezza di circa un metro, è risultata lampante la fatiscenza del fabbricato, che presentava segni di incendio, con le pareti completamente annerite e diverse crepe negli infissi e nelle pareti. In diversi giorni di lavori collettivi aperti alla cittadinanza, molte persone si sono adoperate per rendere agibile l’area, riuscendo a migliorare profondamente lo spazio che si intendeva utilizzare per le attività: è stata aperta un’area per assemblee, proiezioni e workshop e sono stati adibiti servizi igienici e sanitari compresi di wc, docce e lavandini, fino a quel momento assenti, per permetterne l’utilizzo da parte di tuttə.

Ogni aggiunta è stata fatta rispettando l’ambiente circostante utilizzando materiali a basso impatto ambientale e sfruttando il più possibile le strutture già predisposte. Sono state in prima battuta ripulite le pareti del fabbricato dalla fuliggine e sono stati costruiti ponti in legno sui fossi del terreno per rendere accessibile e sicura la totalità dell’area. Oltre a ciò, per tutta la durata del campeggio è stata fatta estrema attenzione ai prodotti usati, dai piatti lavabili al dentifricio biodegradabile. Le prospettive sono altrettante: tramite un utilizzo prolungato dello spazio si potrebbero compiere molti altri lavori di cui abbiamo già potuto vedere la necessità, come ad esempio quelli della messa in sicurezza più in profondità dei fabbricati.

Riqualificazione dei campi

Pulizia degli interni del fabbricato

predisposizione dell’area lavandini in legno


costruzione dei servizi sanitari

Lo spazio attraversato da centinaia di persone per le iniziative del campeggio

Prendere posizione concretamente: aprire spazi di pace in tempi di guerra

In un momento di tensione bellica globale, di genocidio e crimini di guerra, in cui tutto il mondo, compreso il nostro Paese, si proietta sull’investimento bellico, è una responsabilità collettiva quella di immaginare strumenti per preservare e costruire la pace. Come cittadini e cittadine, come comunità accademica e persone improntate alla valorizzazione dei saperi, è nostra responsabilità mettere le nostre conoscenze, i nostri strumenti, i nostri spazi e tempi, a disposizione di questo obiettivo.

Mettere a disposizione uno spazio come quello dei “Tre Pini” al Movimento No Base, che ne permetterà la fruizione a tutta la cittadinanza, significa aprire una possibilità di pace in un contesto in cui la guerra è sempre più presente in vari livelli delle nostre vite. Significa salvare il Parco Naturale da una devastazione ecologica, preservare il valore di quel territorio dall’imminente chiusura e militarizzazione. Significa, per noi, costruire un’alleanza in favore di un obiettivo realizzabile solo tramite l’acquisizione di responsabilità di tutte le istituzioni che ricoprono un ruolo politico, sociale ed economico di primo piano nella nostra città e società tutta. Significa avere lo spazio per la costruzione pratica e teorica di un’alternativa rispetto all’escalation bellica degli Stati-Nazione. Un’alternativa che parta dal basso, dalle persone, e che abbia a che fare con la sperimentazione di saperi diversi, di pace, in connessione con il territorio in cui si situano e i suoi bisogni. 

Abbiamo bisogno di un’istituzione che prenda posizione a tutela del territorio in cui è inserita, e abbiamo urgenza di usare i nostri saperi in favore di ipotesi di giustizia e di pace. Crediamo in un’Università che sia capace di recepire i bisogni che la società esprime, che sappia raccogliere le urgenze del presente e perseguire prospettive di giustizia in modo disinteressato, ponendo le basi per la realizzazione di processi di cooperazione collettiva che permettano la costruzione di una pace permanente, un’aspirazione a cui nessunə studiosə può rinunciare.


Se fai parte della comunità accademica e vuoi fare la tua parte per la realizzazione di questo obiettivo, fai un primo passo firmando l’appello al mondo accademico e studentesco per l’assegnazione del podere “Tre Pini” al Movimento No Base!

Liberiamo il Parco dalle basi militari e le guerre: Invasa la base CISAM a San Piero a Grado

Liberiamo il Parco dalle basi militari e le guerre: Invasa la base CISAM a San Piero a Grado

Comunicato stampa a seguito della manifestazione del 21 ottobre a San Piero a Grado

L’imponente corteo per “Fermare l’escalation”, promosso dal movimento No Base e partecipato da più di 5mila persone sotto la pioggia, è terminato con una invasione di massa che ha divelto le reti della base militare del Cisam, dove è prevista la nuova collocazione per la base militare dei Gruppi Intervento Speciale dei Carabinieri inizialmente pensata dal governo nella tenuta di Coltano.

Decine e decine di metri di filo spinato sono caduti facendo entrare, a poca distanza dai plotoni di forze dell’ordine, centinaia di persone in un’area fino ad oggi militarizzata e preclusa alla cittadinanza. Centinaia di persone hanno piantato su quel terreno bandiere della pace e del movimento no base, portando un duplice e chiaro messaggio: nessuna base in area che dovrebbe essere rinaturalizzata per nessuna guerra. Si è così conclusa la manifestazione, dopo aver affrontato una pioggia battente e dato voce alle tante esperienze e realtà sociali, transfemministe, sindacali e politiche che si sono unite contro l’escalation di guerra, tra cui realtà per la Palestina e anche il movimento per la liberazione del Kurdistan.
La presenza di movimenti territoriali, realtà pacifiste e in lotta per l’autodeterminazione dei popoli non si è fermata solo alla fortissima denuncia delle catastrofi che “guerra, armi e fossile” stanno producendo per tutta la società e l’ambiente, ma ha voluto mettere in pratica il messaggio che è possibile e necessario prendere posizione e parte attiva contro la pericolosa corsa verso una sempre più concreta possibilità di terza guerra mondiale. Un impegno collettivo quello assunto con la manifestazione del 21 ottobre: impedire che né un centimetro di suolo naturale e né un centesimo vengano destinati all’economia di guerra. Il corteo ha espresso con evidenza l’esigenza di un conflitto tra una variegata e determinata popolazione che vuole la pace, la democrazia e garanzie sociali e chi vuole portare avanti, nelle segrete stanze della istituzioni, i progetti di infrastrutture militari destinati da un lato a devastare i territori locali e dell’altro ad alimentare la guerra a livello internazionale. Una politica che porta svantaggi alle comunità locali ed esporta morte all’estero che deve essere invertita, per questo ribadiamo che la giornata di ieri è solo una tappa di un processo più ampio per fermare l’escalation.

Movimento No Base né a Coltano né altrove

21 ottobre 2023, San Piero a Grado – Pisa: manifestazione nazionale a generale per fermare l’escalation, per fermare la base.

21 ottobre 2023, San Piero a Grado – Pisa: manifestazione nazionale a generale per fermare l’escalation, per fermare la base.

Breve storia del nostro movimento

Mappatura territorio intorno a nuovo progetto della Base e al punto di partenza del corteo del 21/10

Il Movimento no base – né a Coltano né altrove è nato dall’impeto di centinaia di persone che nell’aprile del 2022 decisero di contrapporsi al decreto ministeriale del governo Draghi, che tenendo all’oscuro la popolazione, prelevava 190 mln di euro dal fondo coesione sociale e sviluppo (pnrr) per la cementificazione armata di 73 ettari del parco regionale di San Rossore, Migliarino e Massaciuccoli, in località Coltano. Il movimento No Base, ha creato le condizioni per la partecipazione diffusa e trasversale affinchè quest’opera inutile, dannosa e pericolosa non abbia mai luce. Il coinvolgimento degli abitanti del luogo e il dialogo con il comitato territoriale con la costruzione del percorso “rinasce coltano”, e l’apertura del movimento a realtà politiche sociali e pacifiste ha scatenato in mille forme una mobilitazione che il 2 giugno del 2022 ha portato diecimila persone a “difendere” Coltano ed a ripudiare la grande opera di guerra. Da subito è stato chiaro che la costruzione della base militare per i reparti speciali dei carabinieri Gis e Tuscania avesse una funzione di coronamento dell’hub bellico che fa della zona pisano-livornese un complesso articolato di infrastrutture e caserme decisivo e strategico nella proiezione militare del nostro paese nell’est Europa e nel nord Africa

Camp Darby, porto di Livorno e industrie estrattive (raffinerie, gas); aeroporto militare della 46esima; cisam, caserme della folgore sono solo alcuni significativi punti che costellano la nostra zona. Il massiccio invio di armi per il proseguimento del conflitto Ucraino-Russo rappresenta solo l’ultimo ed evidente atto di una economia di guerra che sostituisce qualsiasi elemento democratico nel nostro paese per l’impiego delle risorse pubbliche. Il movimento no base ha reso espliciti quali siano gli stretti legami tra guerra, estrattivismo, formazione e cultura della guerra, cambiamento climatico e furto delle risorse pubbliche a beneficio del complesso militare industriale. Di fronte alla voracità istituzionale di sfruttare terra e risorse per la guerra, la determinazione del NO alla base militare contiene il “per questo, per altro e per tutto” che negli stessi mesi ha inondato le piazze al grido “insorgiamo” promosso dal collettivo di fabbrica GKN.

Manifestazione
2 giugno 2022

Le diecimila persone del 2 giugno 2022 sono state quella “potenza moltiplicatrice dei movimenti”, che ha generato contraddizioni nell’assetto istituzionale e soprattutto ha smosso territori e bisogni che hanno individuato in questa battaglia una voce significativa anche per prendere posizione contro l’escalation bellica. Il “vecchio” decreto Draghi per la costruzione della base militare a Coltano è stato affiancato da un nuovo decreto che dall’estate 2022 ha dato il via a un tavolo inter-istituzionale con l’obiettivo di individuare altre zone rispetto all’ipotesi originaria, senza venir meno alle caratteristiche “strategiche” della collocazione. In questo anno le dinamiche politiche istituzionali, attivate già dal ministero della difesa quota PD Guerini e rilanciate da Crosetto, hanno avuto come scopo quello di tentare di disarticolare la marea di protesta, confidando nella “smobilitazione”, e individuare una operazione di governance più appropriata rispetto al contesto sociale mutato grazie alla lotta mantenendo intatta la dimensione essenziale dell’operazione militare. Così nasce la vulgata mainstream, strillata da ogni attore politico di centro destra e centro sinistra, della “base diffusa”, senza consumo di suolo, senza “impatto negativo” sulla popolazione. Una versione più sofisticata del primo bieco tentativo di spacciare 73 ettari a Coltano di cemento armato come “caserma green”, affidandosi alla presenza di un reparto a cavallo di carabinieri “della biodiversità”.

Il tavolo del 6 ottobre: L’ignavia delle rappresentanze istituzionali. La variabile del movimento contro l’Hub militare della guerra.

Il movimento “aveva visto giusto”. Dopo un anno di attesa il 6 settembre 2023, a Roma, tutti gli attori politici degli Enti locali e dell’Ente Parco hanno approvato al buio, senza avere per le mani neanche uno straccio di piano di fattibilità, le linee guida dell’operazione presentate dal Commissario straordinario nominato dal Governo Meloni che comunque dicono già l’essenziale. A Pontedera si farà un autodromo per le esercitazioni cementificando una importante fetta di territorio; a Coltano i Carabinieri si prenderebbero gli edifici storici e pubblici (la Villa Medicea, l’ex Stazione Marconi e le stalle del Buontalenti) sottraendoli di fatto all’uso pubblico che la popolazione chiedeva; tutto il resto dell’intervento – quello previsto in origine – verrebbe piazzato in blocco all’interno dell’area ex-Cisam, nei pressi di San Piero a Grado, area “offerta” prontamente e spontaneamente dal Presidente dell’Ente Parco, Lorenzo Bani, come se fosse sua proprietà, pienamente disponibile. 

Ma come la precedente anche questa operazione è un misto di prevaricazione e di mistificazione, preludio di un disastro ambientale senza ritorno e della ulteriore conformazione bellica per il territorio pisano-livornese.L’area ex-Cisam, infatti è in un’area interna del Parco e non in un’area contigua, quindi con un grado di importanza ambientale e un livello di tutela decisamente alto; è in un’area quasi totalmente boscata (circa di 15 ettari utilizzati su quasi 500) e con una copertura boschiva relativamente integra perché non frequentata da anni; è un’area inserita in un contesto di grande pregio ambientale come la tenuta di Tombolo. L’area ex-Cisam, insomma, è nel cuore di una più vasta area che nel corso dei decenni la Regione Toscana, l’UNESCO e l’Unione Europea hanno – indipendentemente tra loro – ritenuto meritevole di speciali misure di tutela. In modo paradossale l’organismo demandato alla tutela ambientale – cioè l’Ente Parco – fa la cosa esattamente opposta: invece di rinaturalizzare l’area – come potrebbe e dovrebbe – la “regala” a chi vuole cementificare a tappeto e farne un formidabile attrattore di traffico e di inquinamento. È in un’area di questa importanza ambientale che Governo, Arma dei Carabinieri, Enti Locali ed Ente Parco hanno concordato di spalmare una crosta di cemento e di acciaio di decine (50? 60? 70? 75? chi li controlla più, ormai) di ettari che diventerà il polo di attrazione di un diluvio di traffico pesante e leggero, con centinaia di persone che vi lavoreranno e vivranno con tutto l’impatto ambientale che ciò comporta, in particolare quello relativo alle previste esercitazioni militari.

I tre territori che verranno investiti dalla costruzione della base secondo il nuovo progetto

Tutto questo va impedito: fermare l’escalation, fermare la base

A metà luglio 2023 abbiamo organizzato a San Piero a Grado, a ridosso dell’area CISAM, in un terreno dell’università, il campeggio “fermare l’escalation”. Centinaia di persone provenienti da movimenti e realtà pacifiste, antimilitariste, ecologiste, transfemministe, territoriali e sindacali, hanno sentito l’esigenza di mettersi in cammino per fare la propria parte, nello schierarsi contro la guerra e impedire l’escalation bellica provando a inceppare la costruzione di nuove basi militari, opere di devastazione ambientale e fabbriche di armi.  

“Fermare l’escalation” è un percorso di convergenza di lotte ed esperienze che sentono la necessità di opposizione alla militarizzazione dei territori, al sistematico drenaggio economico a vantaggio delle spese militari, alla propaganda armata e alla cultura della guerra, l’imposizione di zone di sacrificio in funzione dell’occupazione militare e delle industrie estrattive del fossile. Base di questa piattaforma è la comune considerazione del legame tra fenomeni diversi e la filiera della guerra e la garanzia che opporsi alle singole opere di questa militarizzazione della società sia indispensabile per bloccare la tendenza guerrafondaia in cui siamo sempre più proiettati anche come popolazione europea.

“Fermare l’escalation” significa reagire a l’irresponsabilità della classe politica nel suo complesso, schierata in maniera esplicita o ignava per l’occupazione militare del parco naturale e dei territori. Il 21 ottobre sarà una giornata di mobilitazione nazionale e generale in diverse città del Paese, ad oggi sacrificate all’escalation bellica. Basi militari, industrie di armi, grandi opere in funzioni della guerra, depositi nucleari… non sono astrazioni, ma toccano terra violentemente impattando sulla quotidianità. Ed è lì che possiamo fermarli. Il 21 ottobre a San Piero a Grado avremo l’occasione di fermare la costruzione dell’ennesima grande opera militare, una ribellione di ambienti indisponibili a essere mezzo per la distruzione della specie e dell’ecosistema.  L’occasione è quella di difendere i nostri territori e dare un netto messaggio di contrarietà alla guerra.

Non si può cementificare il cuore di un’area protetta, in spregio a tutta la normativa ambientale. Non si può continuare a militarizzare una zona come quella pisana che è già uno degli snodi militari più grandi dell’intero Mediterraneo. Non si può continuare a buttare soldi – che sono invece sempre più necessari per il risanamento ambientale e per la lotta alle diseguaglianze – in spese militari che per forza di cose si autoalimentano e alimentano la pericolosa spirale bellica globale.

Il 21 ottobre nasce da un lucido quanto coraggioso pensiero collettivo. Solo la protesta della popolazione, con i nostri corpi, le nostre ragioni, le nostre energie, può impedire la costruzione della nuova base militare e ostacolare concretamente l’escalation bellica.

Ci vediamo a San piero a Grado!

Per seguire la preparazione della manifestazione, portare il tuo aiuto, supportare il movimento nella lotta contro il progetto della base seguici su Telegram al canale: ORGANIZZIAMOCI! – Movimento no Base o sulle nostre pagine fb/Instagram: Movimento No Base

Appello all’Università di Pisa e al mondo accademico a sostegno del campeggio “Fermare l’escalation”

Appello all’Università di Pisa e al mondo accademico a sostegno del campeggio “Fermare l’escalation”

Ci rivolgiamo all’Università di Pisa, al mondo accademico, della ricerca, della scienza e della formazione in relazione al campeggio “Fermare l’escalation” che promuoveremo a Pisa dal 13 al 16 luglio.

Nel momento storico che stiamo attraversando assistiamo a una sempre più pervasiva escalation militare, che coinvolge ogni aspetto delle nostre vite. Vediamo i nostri governi dirottare progressivamente le risorse economiche, materiali e culturali su ambiti di produzione e investimento bellico; aumenta l’occupazione dei territori civili e naturalistici per le esercitazioni militari; si intensifica l’invio delle armi verso le zone di conflitto in tutto il mondo e con esso anche il riarmo generalizzato. In questo contesto, molti territori italiani, compreso il nostro, stanno diventando piattaforme di guerra attraverso la costruzione di basi e infrastrutture militari, portandoci sul crinale di una terza guerra mondiale. Da più di un anno, proprio nel territorio pisano, è stato scoperto un progetto per la costruzione di una nuova base militare, che si inserisce in una zona già ampiamente militarizzata e che contribuisce a questa escalation attraverso il transito e l’invio di armi, l’addestramento di forze speciali e la proiezione dell’Italia negli scenari di guerra in corso e in quelli che verranno.

In questo contesto, anche i luoghi della formazione sono investiti dalla tendenza generale alla guerra: da anni si moltiplicano nelle scuole iniziative volte a normalizzare l’uso internazionale della forza, introducendo elementi di ideologia bellicista nel processo formativo e incoraggiando l’arruolamento delle giovani generazioni.

Crediamo che l’Università di Pisa possa e debba esprimere principi e valori alternativi rispetto all’attuale tendenza militarista. L’istituzione dei corsi di laurea in Scienze per la Pace,  la presenza del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace, l’adesione alla Rete delle Università per la Pace indicano la volontà e la possibilità di promuovere saperi critici e incompatibili con un orizzonte di guerra. Crediamo sia importante  valorizzare ancora di più il ruolo dell’Università come istituzione civile e culturale, promotrice di pace e giustizia. Ciò significa, innanzitutto, facilitare la costruzione di spazi di discussione e cooperazione contro l’escalation militare in corso, mettere a disposizione i propri spazi per permettere l’incontro di studenti, società civile, associazioni, movimenti e aprire un dialogo con la cittadinanza, a sostegno di un percorso di mobilitazione per la pace. 

Questa può essere un’occasione per discutere il ruolo delle istituzioni universitarie in relazione all’industria bellica, la non neutralità della ricerca, del trasferimento tecnologico e dei saperi tra i settori civili e militari, che possa portare anche a revocare gli accordi che l’Università di Pisa ha con aziende produttrici di armi e legate alla filiera bellica quali Leonardo SpA, MBDA Italia SpA, Beretta SpA, HPE Coxa e altre. In questo quadro, l’Università può dare un contributo importante nel mettere radicalmente in discussione l’idea che la guerra sia un fatto ineludibile e permanente nelle nostre vite.

L’Università di Pisa, come istituzione votata alla ricerca e alla conoscenza, può dare un contributo concreto a democratizzare il governo del territorio di cui fa parte, favorendo la decisionalità della cittadinanza e di tutte le persone che lo abitano rispetto alle politiche di guerra che vengono imposte alla società, in cui si inserisce anche la costruzione della nuova base militare.

Fondamentali decisioni collettive, che riguardano l’impiego delle risorse economiche, devono essere oggetto di discussione pubblica: è il caso dei 190 milioni sottratti dal fondo di Coesione e Sviluppo per il progetto della nuova base militare, che dovrebbe ospitare il Gruppo di Intervento Speciale e il 1º reggimento paracadutisti “Tuscania”. Il problema è di scala europea: è recente la decisione dell’Europarlamento di dirottare i fondi del PNRR verso le crescenti spese militari. Mentre aumenta la spesa in armamenti, assistiamo a un progressivo definanziamento del mondo dell’istruzione, con le università che avrebbero bisogno di nuovi investimenti per la ricerca pubblica, per l’accessibilità e il diritto allo studio, per la promozione di saperi critici e rivolti allo sviluppo civile della società e dell’essere umano in un contesto di pace.

Abbiamo deciso, in un’assemblea pubblica, di organizzare un campeggio nei giorni 13-16 luglio dal nome “Fermare l’escalation” in cui concretizzare una prospettiva di cooperazione, dialogo e mobilitazione per la pace e per la demilitarizzazione della società, a partire da un confronto nazionale con persone e realtà associative e politiche provenienti da tutta Italia. Riteniamo che la località “Tre Pini”, a San Piero a Grado, di proprietà dell’Università di Pisa, rappresenti simbolicamente l’area ideale dove svolgere questo campeggio: posta proprio all’interno del Parco Naturale di San Rossore, tra i campi in uso dal Dipartimento di Agraria  e le aree già fortemente militarizzate del CISAM e di Camp Darby. Un’area che è stata, per anni, luogo di incontro e di scambio di realtà associative, come i gruppi scout, che hanno visto progressivamente restringere il loro spazio di agibilità.

Per questo chiediamo pubblicamente all’Università di Pisa, nello spirito di promozione dei valori democratici e di una cultura di pace, di facilitare il confronto e il dialogo collettivo nel territorio pisano contro l’escalation, mettendo a disposizione i propri terreni per lo svolgimento del campeggio

Pisa ha la possibilità di essere centrale nel processo di costruzione di una pace autentica, non retorica, che parta dai territori e dall’autodeterminazione di chi li abita. Allo stesso modo, riteniamo sia una responsabilità collettiva contribuire attivamente alla demilitarizzazione dei nostri territori, dell’economia e della cultura, e sostenere la promozione dei percorsi di attivazione che si stanno costruendo, a livello locale e nazionale, per fermare l’escalation bellica.

Fermare l’escalation: report dell’assemblea nazionale

Fermare l’escalation: report dell’assemblea nazionale

Nessuna base per nessuna guerra

In questa tre giorni abbiamo esplorato l’impatto della militarizzazione sul nostro territorio percorrendo il perimetro del CISAM con le biciclette e poi in centinaia ci siamo confrontatə su inquinamento, sottrazione di risorse e manipolazione della cultura e della scuola in funzione di essa. Abbiamo conosciuto l’esperienza francese dialogando con Les Soulèvements de la terre e giocato con lə bambinə. Sotto la luna piena abbiamo assistito ad uno spettacolo teatrale sulla guerra, contro la guerra. Sabato 4 giugno ci siamo incontratə in più di trecento dal stivale e dalle isole per capire cosa fare insieme per fermare l’escalation bellica. 

Sindacati e movimenti di lavoratorə, associazioni ambientaliste ed ecologiste, movimenti sociali e transfemministi, realtà antimilitariste e pacifiste. È stata un’assemblea poliedrica che a un anno dalla manifestazione del 2 giugno scorso a Coltano ha espresso con forza la volontà di costruire un processo di risposta alla pericolosa escalation bellica e militare.

La prima tappa condivisa di questo processo sarà il campeggio a metà luglio (weekend 15/16 luglio) nel nostro territorio. Da qui l’obiettivo è continuare queste relazioni in tutte le date emerse e raccolte nel calendario. Per poi ritrovarsi in un’altro appuntamento assembleare di carattere nazionale dove convergere nuovamente.

Al di là dei singoli appuntamenti in tantə hanno manifestato la voglia di essere parte di un processo comune, tutto da immaginare insieme, che valorizzi le lotte sui territori, ma che le ponga in una prospettiva di mobilitazione generale, obiettivo per cui il territorio tra Pisa e Livorno, contaminato dalla guerra e preda delle nuove basi militari, si è già messo a disposizione. 

Le tante realtà presenti hanno espresso la necessità di andare oltre la ritualità della scadenza rivendicativa per lavorare con efficacia verso un obiettivo comune che tenga insieme le complessità e le diverse forme di attivazione. Riuscire a farlo sarà responsabilità di tuttə e sarà importante lavorare nel costruire relazioni sempre più forti tra le lotte in corso: lottare insieme non deve essere per forza fare tuttə la stessa cosa!

L’esigenza di creare insieme una cornice politica comune che allarghi la capacità di consenso e produca conflitto è emersa in numerosi interventi, come l’idea di un’opposizione alla militarizzazione e alla guerra che ne identifichi e ne blocchi gli effetti prodotti su tutti gli ambiti della vita: da quello economico a quello sociale, dal mondo della formazione a quello della sanità. Un blocco che sia sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo. Per riuscire a farlo dobbiamo parlare con lə operaiə della filiera bellica oggi che sono anche le donne che nelle grandi città come nei piccoli paesi svolgono lavoro di cura, mogli di militari, lavanderie, agricoltori, allevatori, chi prende gli indennizzi, lavoratorə della ristorazione. 

Perché siamo contro l’escalation

Questi effetti, di cui si è parlato nella prima parte dell’assemblea sono gravissimi in tutti i territori e si manifestano in forme molto diversificate, tra cui: 

  • aumento basi e siti militari: i territori vengono frammentati, si sottraggono risorse e salute alla popolazione; ma anche l’impatto ambientale sull’ecosistema è devastante.
  • c’è una forte concentrazione di questi hub in alcuni territori: il 60% del demanio militare è in Sardegna
  • intensificarsi delle esercitazioni
  • aumento della propaganda militarista nella società 
  • intervento sistemico del comparto bellico nella formazione e nella ricerca
  • legame tra guerra e aumento della repressione sociale
  • fondi dirottati su spese belliche, servizi sui territori sempre più carenti (sanità, asili nido, case popolari..)
  • Confini sempre più blindati
  • presenza sempre più invadente di corpi armati e forze dell’ordine sui nostri territori

La crisi climatica e l’inquinamento sono legate a doppio filo con la guerra, strumento con cui si procede all’ulteriore estrazione di risorse fossili attraverso missioni militari all’estero e produzione di disordine globale. Il nesso tra la costruzione di hub militari e di hub energetici è evidente negli intenti e nelle ricadute sui territori. 

Il governo mostra il suo vero volto guerrafondaio, patriarcale ed ecocida proprio in queste settimane: durante l’alluvione in Emilia Romagna sono state inserite nel DL di aiuti delle manovre semplificate per la costruzione del rigassificatore di Ravenna, ancora allagata. Da qui, ci siamo dettə chiaramente che se lottiamo contro la guerra siamo contro il fossile e viceversa. 

Negli stessi giorni sono stati approvati 14 miliardi per la costruzione sullo stretto di Messina. Un’opera che oltre ad essere devastante ha chiare implicazioni militari. 


Cosa vogliamo fare insieme contro l’escalation?

Il quadro generale dunque è già drammatico, ma fortissima è la volontà di immaginare nuove possibilità di opposizione e blocco. 

É in quest’ottica che nel corso della seconda parte dell’assemblea si è delineata la volontà di costruzione di prospettive pratiche unite ad alcune basi di partenza comuni. Il campeggio, e gli altri che ci saranno durante l’estate, saranno momenti concreti in cui approfondire e organizzarci oltreché lottare assieme a partire dalla questione di desecretare la guerra. Svelare la banalità del male della guerra e restituire a ogni persona il proprio ruolo in questo processo.

L’assemblea concorda nel voler lavorare costantemente nella quotidianità dei territori, ma avere anche dei passaggi tuttə insieme.

Sono emerse alcune pratiche locali e globali da poter costruire assieme: 

  • campagne tematiche congiunte (su uso dei Fondi di Coesione Sociale e sviluppo per alimentare l’economia di guerra, su scuola,  ecc.)
  • manifestazioni
  • campeggi
  • blocco dell’invio delle armi
  • sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo
  • intervento nelle scuole e nelle università
  • mappatura delle infrastrutture materiali e immateriali di guerra

Sarà importantissimo concentrare parte del futuro lavoro sul mondo della formazione e sulla produzione di sapere. La questione del sapere è centrale: siamo sapere vivente da mettere a disposizione dei territori, come lo approfondiamo? Come continuiamo ad aumentarlo? Come ci siamo arrivatə e possiamo condividerlo? 

Tutto questo vogliamo continuare a svilupparlo insieme, senza perdere di vista l’urgenza delle singole lotte territoriali ma anzi potenziandole in una lotta comune contro l’escalation!